Allora, come va?

Beh, dai, neanche poi male, dopotutto.

Oggi è il 12 febbraio, sono arrivata qui una settimana fa, si sono mosse un po’ di cose, altre restano nel limbo, ma lo scorrere delle giornate ha già preso un suo ritmo, quello che probabilmente è destinato a restare, almeno per un po’.

Un bel po’.

L’ultima volta che ho scritto ero ancora a Lisbona, con un bel po’ di amarezza nel cuore al solo pensiero di lasciare tutto quello che è stato la mia casa e la mia vita per dieci anni.

Quell’amarezza non se n’è andata, ovviamente, ma è stata sicuramente mitigata dal turbine di cose, emozioni, o anche solo pensieri, dei giorni successivi.

Una settimana fa a quest’ora (sono le 6:30 di mattina) ero già in fibrillazione pensando alle cose da far stare in valigia, a quelle che ho dovuto lasciare lì.

Sono solo cose, in fondo, niente di indispensabile per la sopravvivenza, ma ognuna di quelle cose è stato un pezzetto di me che ho lasciato in quella casa.

Un pezzetto di me che neanche verrà riconosciuto come tale, dopotutto, sono solo cose.

Ma nei giorni successivi mi sono venute in mente, di volta in volta, perché anche quelle piccole cose erano parte del mondo che mi ero costruita e adesso non ci sono più.

Ho buttato via, schiacciati nei sacchetti del pattume, praticamente tutto quello che era il quotidiano, le pantofole, il golf grandissimo che mi faceva da vestaglia quando ero in casa (e sappiamo che ero in casa per il 90% del tempo), il quaderno dove ogni tanto prendevo qualche appunto, il portacenere di vetro, le scatole di latta che usavo per mettere tutte le piccole cazzate, quelle che non butti mai via perché “tanto non occupa posto, prima o poi verrà utile…”.

E mille altre cose… ma sono solo cose in fondo.

(continuo a ripetermelo, si nota?)

In quei sacchetti del pattume ho buttato via anche emozioni, ricordi, sorrisi e lacrime, solitudine e amore.

Sono arrivata qui “pulita”, pronta a ricominciare da zero.

Come doveva essere, no?

Quel 5 febbraio è stato un giorno caotico, già confuso nella memoria, ma un giorno di taglio netto, un’amputazione.

Alle 8 avevo già tutto pronto, ma non so quanto davvero fossi pronta io.

Ma, sai, nel momento in cui devi fare quello che devi ti lasci prendere dal turbine, dalla corrente che ti porta via, cercando di pensare il meno possibile, lasciando che quel torrente ti porti via, lontano, mettendo una barriera al cuore e alle emozioni.

E così ho fatto quello che non facevo mai, mi sono vestita e sono andata a fare colazione in Padaria, con calma, come se fosse una cosa usuale, quotidiana.

Poi sono tornata in quella casa, che non potevo più chiamare casa mia, ho chiamato Uber, portato fuori zaino e valigia e sono partita.

Senza neanche guardarmi indietro, quel posto era ormai un posto estraneo per me, e così doveva essere.

Chiuso, finito, ormai parte del passato.

L’aeroporto, l’attesa, la sigaretta fumata nell’area fumatori, l’imbarco, il volo… tutto come cento altre volte, che c’è di così strano?

C’è che l’aereo appena partito ha fatto un lungo giro sopra Lisbona e guarda caso quel giorno c’erano dei buchi nelle nuvole (dopo giorni e giorni di pioggia) e l’ho vista dipanarsi sotto ai miei occhi e allontanarsi piano piano, una specie di ultimo saluto.

E mi sono trovata con le lacrime agli occhi.

Ultima volta?
Chi lo sa, forse, forse no.

Ma mai più come prima.

Mi manca, e mi mancherà.

L’arrivo a Bologna ha dato quel taglio netto, un pezzo di vita è finito, un altro incomincia.

Come tutte le altre volte, riabbracciare mia sorella, mettere la valigia in bagagliaio, la strada per arrivare a casa, la pizza ordinata per cena, tutto uguale ma nello stesso tempo tutto diverso, stavolta aveva un altro sapore, non meglio o peggio, solo diverso.

Sono tornata in questa casa molte volte negli anni e ancora oggi, a una settimana di distanza, mi sembra ancora che sia una specie di pausa, come quei mesi che sono stata qui a lavorare, qualcosa di definito nel tempo che prima o poi finirà.

Ogni tanto devo ricordare a me stessa che adesso non è un breve periodo, che adesso questa casa è il posto dove vivo, ma non è ancora automatico, lo sto ancora vivendo come qualcosa di temporaneo.

Non è stato temporaneo fin dal primo giorno, quello successivo al viaggio, con mia sorella siamo andate in Comune e abbiamo fatto la richiesta di residenza.

Sono ufficialmente residente qui dal 6 febbraio 2026, italiana in Italia, rimpatriata, tornata alle origini.

Qualche giorno di attesa, col weekend di mezzo, e ieri abbiamo fatto l’iscrizione al servizio sanitario e scelto il medico.

La burocrazia, costante maledizione dei paesi civili, ci si è messa di mezzo, ovviamente, oggi andremo a ritirare l’ennesimo modulo da compilare, ma cosa c’è di più normale, dopotutto?

Bentornata in Italia, Lu.

Nei giorni scorsi ho sentito i miei ragazzi, Roberta, Valentina, perfino Massi, la Leo amica da sempre, come se il fatto di essere a qualche centinaio di km mi avvicinasse davvero, forse è così, sicuramente adesso dire: “ci organizziamo e ci vediamo” è una cosa più realistica.

Che saranno mai 100 km da Padova o 300 da Milano o 500 da Roma, non serve prendere un aereo, bastano un’ora o due di treno, no?

Perfino Massi che mi ha scritto dalla Thailandia mi ha detto: zia Lulù, appena torno a Roma piglio la macchina e vengo a trovarti!

Tutto si sta ridimensionando in termini più “umani”, in possibilità più concrete e realizzabili.

La sai una cosa?

Questo, tutto questo, mi scalda il cuore, mi fa sentire meno sola.

Quanto voglio bene a quei ragazzi!

Andiamo avanti, un passo alla volta, ma senza dimenticare, senza cancellare quei dieci anni di vita.

Sicuramente non dimentico chi ho lasciato lì, Francy, Daria, Marco, Emran, Cat, Ana, Alex… non è una bella cosa sentirsi tirata da tutte le parti.

Ma fa parte del pacchetto, no?

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