Un po’ alla volta

Piano piano, come ultimamente tutto quello che mi riguarda, no?

Nei giorni scorsi mi sono venute in mente molte cose da scrivere qui, piccole cose che non prenderebbero più di poche righe, ma poi per un motivo o per l’altro non le ho scritte.

A volte vorrei avere un registratore nella testa, per “salvare” i pensieri come se fossero veri appunti, non esiste ancora una cosa del genere, credo, forza scienziati della Nasa, datevi da fare, inventate qualcosa di utile.

Invece i pensieri arrivano e scappano via, come farfalle che prendono il volo, e quando ci ripenso mi chiedo: ma cos’è che avevo pensato di scrivere? Dove sta?

Allora racconto, appoggiandomi solo al ricordo, cercando di recuperare i pezzi che si sono persi per strada, sapendo che emozioni e sensazioni se ne sono andati, sono persi per sempre.

E allora racconto.

Una settimana fa ho fatto quella visita pre-ricovero, mi hanno rivoltato come un calzino, curiosando in tutti i buchi (ma proprio tutti ☹) e facendone degli altri.

E lo stesso hanno fatto due giorni dopo quando mi sono ricoverata per quei tre giorni scasi, e allora di buchi ne hanno fatti di più grandi, e profondi, un prelievo qui, una cannula su per le vene di là, un’ecografia dall’altra parte…

Siamo dei numeri quando siamo in quei posti, siamo pezzi di carne appesi a ganci da macellaio, solo pronti per essere guardati, scrutati, verificati e certificati, l’unico passaggio che manca è che inizino a tagliare qualche bistecca.

E non è detto che prima o poi non succeda.

Il risultato è stata la conferma di quello che già si sapeva e se per caso avevo ancora una tenue speranza che dicessero: “meglio del previsto, stai bene, puoi continuare come stai facendo, senza grossi interventi da parte dei medici…” beh, quella speranza è scoppiata come una bolla di sapone, facendo Pop, quando mi hanno dato la lettera di dimissione.

Cito:

Che in parole povere vuol dire che fra un mesetto torno in ospedale e mi aprono come un pollo per cambiarmi la valvola.

Non che io sia entusiasta all’idea, diciamocelo, ma non ho molta scelta… diciamo pure che non c’è scelta.

E sinceramente, sapendo che devo proprio farlo, spero che sia presto, comincio davvero ad essere stanca di dover fare le cose, anche minime, con la vecchia pompa che batte e sbatacchia e soffia come un mantice.

Ogni giorno, per quanto io ci stia attenta, devo prendere fiato ad ogni minimo sforzo, ieri sono stata in piedi a mescolare il risotto, stamattina a tagliare le carote, forse ho fatto una rampa di scale di troppo… dopo ogni cosa mi devo stendere e aspettare che il bum-bum rallenti e il respiro torni normale.

Basta, per favore, fatemi vivere.

Mi vengono anche pensieri un po’ macabri, del tipo: devo fare testamento?

A chi lascio la macchina appena comprata, a mio figlio?

Non che io abbia molto altro, giusto i soldi per pagarmi il funerale.

Tutte cose così, lo so che dovrei avere un po’ più di fiducia e serenità ma man mano che passano i giorni mi ritrovo sempre più a pensare in negativo.

Mi chiedo: queste operazioni ormai le fanno all’ordine del giorno, non dico con facilità, visto che sicuramente non sono facili, ma non sono come i trapianti del cuore del Dott. Barnard negli anni ’60, sono ordinaria amministrazione, no?

Ma se fossero una passeggiata non susciterebbero reazioni del tipo “ah però…”

Possono andare anche male, no?

Possono anche dimenticarsi un bisturi dentro da qualche parte, possono montare la valvola rovescia o ricollegare i vari tubi in modo sbagliato, come un idraulico distratto 😀

Lo so che sto dicendo una marea di stronzate, se Eli mi leggesse mi darebbe una bastonata, ma sto anche cercando di sdrammatizzare qualcosa che non ha una connotazione allegra di per sé.

Basta, Lu, stop it!.

È primavera, gli alberi sono in fiore, gli uccellini svolazzano qui e là, i cuculi fanno cucu, le zanzare si risvegliano, insieme alle mosche, e cominciano a rompere i maroni, la vita continua come sempre.

Io dovrei smettere di fumare e mettermi a dieta per cardiopatici…

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