Un altro nuovo inizio

DEVO vedere questo giorno come un nuovo inizio.

Devo farlo, per forza, altrimenti sarebbe solo un’ennesima fine, quasi come un altro dei tanti fallimenti della mia vita.

Anche se so che non è così, razionalmente, anche se ho fatto tutto quello che potevo, ma oggi, in questo giorno di vento e pioggia, il risultato più evidente, il solo risultato, è che me ne sto andando, che sto chiudendo l’ennesima porta.

Cercando di dormire, non molte ore fa, mi è tornato in mente quando, a dicembre 2012, ho lasciato la mia casa a Vigevano.

Mi sono tornate le sensazioni che ho provato in quei giorni, a impacchettare tutte le mie cose e a caricare la mia macchina fino all’inverosimile, a fare quei 300 km come in un limbo, col piede che premeva l’acceleratore per andare avanti e la voglia quasi irresistibile di tornare indietro.

Oggi è lo stesso, la forza d’inerzia di quando non ci sono alternative mi porterà avanti, a chiudere la valigia con le ultime cose, a chiamare quell’Uber che mi porterà all’aeroporto, a salire su quel volo.

Lo so bene che non ci sono alternative!

Lo so bene che sono arrivata ad un punto in cui ho finito le opzioni, le scelte.

Lo so!

Ma saperlo non mi impedisce di sentirlo un mio fallimento, qualcosa che dopo tutto, dopo tanti sforzi e impegno, non sono riuscita a portare avanti.

Questo ultimo mese è stato pesante, pur preso con calma e con i miei tempi ho organizzato il trasloco, fatto i pacchi da spedire, chiuso quello che potevo chiudere, buttato quello che dovevo buttare.

Ma soprattutto emotivamente.

Salutare i vecchi e nuovi amici, lasciare qui e là pezzetti del mio cuore, guardare questa casa e questa città con gli occhi pieni di nostalgia e rimpianto, cominciare a programmare la nuova vita che si sta aprendo davanti a me.

Io non volevo tutto questo.

Io mi ero costruita il mio piccolo mondo e ci sguazzavo come un pesciolino nell’acquario, non volevo che cambiasse niente.

E sono arrabbiata.

Col tempo che passa, col fatto che sto invecchiando, col mio cuore che perde colpi, con la realtà che mi leva il controllo sulla mia vita.

Sono arrabbiata perché immagino, per una folle ironia, di aver fatto tutto questo per niente.

Immagino di andare dalla cardiologa, di rifare tutti gli esami e i controlli e di sentirmi dire “ci siamo sbagliati, non è vero che ci sono problemi, stai bene e puoi fare ancora due o tre maratone, tutto quello che hai fatto è stato per niente, poteva essere evitato”.

Pensa se fosse vero.

Una cosa è assolutamente certa, inizierei subito a muovermi per trovare un altro lavoro e tornare, non ci penserei neanche mezza volta.

Questa è una delle cose che mi sostiene in questi giorni, la possibilità di tornare.

Ho detto a tutti che quando sarò a posto, fatta l’operazione, se sarà da fare, avrò sistemate tutte le rogne e potrò riprendere una vita normale, allora tornerò.

Io ci credo, ci voglio credere.

Anche se dentro di me ho una vocina che mi dice: perché ti racconti le favolette, perché ti illudi che sarebbe possibile?

Non la voglio ascoltare, quella vocina, la caccio giù in fondo relegata ad un mormorio di sottofondo.

Ma c’è, e nonostante tutto si fa sentire.

Dopo questo sfogo mi viene in mente una frase di una canzone di Vecchioni (Sogna, ragazzo, sogna), mi è venuta in mente spesso ultimamente:

“La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”

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