Niente da dire

Dando un’occhiata a questo blog mi sono resa conto che non scrivo niente da circa un mese.

Mi era venuto in mente, occasionalmente, ma non c’è mai stato un motivo particolare per mettermi a scrivere, insomma non c’era niente da raccontare.

E ho sempre pensato che se qualcuno non ha niente da dire la cosa migliore che può fare è semplicemente stare zitto.

Ma nello stesso tempo in questo mese ho ripensato a molte cose, vecchie o anche molto vecchie, come spesso si fa quando non c’è niente di nuovo che riempie i pensieri.

Che vuoi farci, una volta affievolito e diventato parte della normalità l’allarme Covid la vita è diventata a sua volta un unico continuum sempre uguale, senza varianti o momenti particolari, stessi orari, stessi movimenti, stesse cose da fare un giorno dopo l’altro, dopo l’altro…

Si lavora da casa per cui non c’è neanche il mondo esterno da guardare, prima almeno guardavo e fantasticavo sui passeggeri dell’autobus oppure sui colleghi di lavoro, poteva esserci l’idea o la voglia di fare qualcosa la sera prima di rientrare a casa oppure nel weekend.

Ma non c’è nessun autobus da prendere, o da perdere, nessuna scelta sul percorso da fare (per esempio una sera l’autobus e un’altra una passeggiata fino alla metro), nessun temporaneo compagno di viaggio o autista che canta (o bestemmia) durante il tragitto, nessuno scampolo di vita da “fotografare” con gli occhi e poi da raccontare.

Per quanto io ami il lavoro da casa alla lunga mi rendo conto che mi sta murando dentro la mia stanza e che le uniche modifiche al panorama sono quando esco e vado in cucina o al massimo mi siedo sul divano a bere il caffè.

Le volte che esco di casa sono per la spesa, praticamente una volta alla settimana o al massimo due, se ho finito il tabacco.

Senza quasi che me ne sia resa conto è arrivata l’estate e la differenza da prima è che dormo con la finestra aperta e il ventilatore puntato.

So che dovrei sforzarmi di uscire, di camminare un po’, di vedere qualcosa oltre alle strade del quartiere ma più passa il tempo più è difficile, più mi sento bene solo stando dentro questa casa, anzi questa stanza.

Mi vengono idee strane, eh, magari prendere la metro, o un autobus o addirittura chiamare Uber per andare da qualche parte, ma poi alla fine non lo faccio mai.

E il tempo si misura in settimane, oppure anche mesi.

Lavoro da casa dal 21 marzo.
Non esco da quartiere dal 27 giugno.

Non guido una macchina dal 23 febbraio.
Non prendo un aereo dal 5 gennaio, da quel giorno non vedo mia sorella.
Non vedo mio figlio e mio nipote da 2 giorni prima, il 3 gennaio, a parte un paio di volte in Skype.

Oh si, immagino di andare in un sacco di posti, sarei tornata alle Azzorre o magari sarei andata in Spagna o anche in Francia se il Covid non avesse fatto del mondo una marmellata.

Ma come dicevo prima mi sono fermata ai ricordi, lasciando i programmi per un altro momento, chissà, magari l’anno prossimo (come ormai tutti prima o poi si ritrovano a dire).

I ricordi in questo caso sono di quando andavamo in vacanza in montagna, da ragazzine io e mia sorella.

Portati dal fatto che lei, mia sorella, è tornata da quelle parti dopo un sacco di anni la settimana scorsa e mi ha mandato le foto.

E mi sono trovata ad invidiarla un po’, anzi parecchio, e col groppo in gola perché so che difficilmente io tornerò da quelle parti in questa vita.
E anche sapendo perfettamente che se ci tornassi tutto sarebbe diverso e non ritroverei più neanche una traccia di quello che ricordo di allora.

E dentro di me, comunque, sogno di tornarci, magari con mio figlio e mio nipote, di riattraversare il torrente e mostrare loro le stradine e i sentieri nella boscaglia, quelli dove mi intrufolavo e costruivo casette con gli aghi di pino.

Mi cullo in questo tipo di sogni e vado avanti, senza avere poi molto altro da raccontare.

Domani è di nuovo lunedì, tutto riprenderà come le settimane scorse, il lavoro, i colleghi con cui parlare via Teams, 8-17 con le pausette e il lunch, cosa fare di cena…

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