Flipper

La mia mamma.

In questi giorni restare un po’ con lei è stato dolce, come forse non lo è stato mai.

Vederla, sempre più minuta, stringere la sua mano con quasi la paura di farle male, vedere gli anni come hanno consumato piano piano il suo fisico e per istinto toccarla con delicatezza, per paura di romperla.
Ma sentire in lei la forza di sempre e un amore talmente grande da scoppiare.

Vorrei essere capace di non farle vedere l ‘angoscia che mi rode giorno per giorno, vorrei farle passare tranquilla questi suoi ultimi giorni, ma non ci riesco, non la frego.

Ieri sera, ripensandoci, ho confermato a me stessa che finché c’è lei devo resistere, devo restare qui, non posso darle un altro dolore.

Mio figlio.
Sempre più devo darti ragione, non possiamo contare sui nostri figli.

Ieri ho avuto la conferma, più che in altre occasioni, che io non ho più un figlio.
C’è questa persona, c’è la sua vita, la sua famiglia, si, lo conosco da sempre ma è quasi un estraneo.

Sono andata con lui a prendere a scuola il cucciolo.

E crudelmente, come solo i bambini sanno fare, mi è stato mostrato che sono una sconosciuta per lui.

Per un breve momento ho fantasticato di poter, prima o poi, cambiare questa cosa, per poi rendermi conto che non sarà possibile, forse mai.

Lui crescerà, sentirà parlare di sua nonna, ogni tanto vedrà questa persona che gli farà sorrisi cretini e penserà di poterlo abbracciare.
Ma non farà parte della sua infanzia.

E mi sono sentita un’intrusa, lì con loro, e ho avuto voglia di andarmene più presto possibile, come se non ci fosse altro da dire fra noi.

Oggi torno in quella casa che non è casa mia.
Sempre più spesso mi sento una pallina da flipper, destinata a rimbalzare da un posto all’altro senza mai trovare pace.

Ma anche le palline dei flipper hanno un angolo dove fermarsi, quando finisce la partita.

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