Giorno 3 – 26 settembre 2019

Altra bella giornatina, parecchia strada da fare, molto da vedere, a partire dalla costa fino ad arrivare in mezzo alle montagne, con puntatina “all’estero” (come se io non ci vivessi già) e nella storia, un po’ anche nostra.

Ci siamo svegliate con calma quella mattina all’Happy House, la colazione non era compresa con la camera ma c’era a disposizione una cucina ben attrezzata, con microonde, caffè solubile e varietà di tè, biscotti, insomma un primo approccio appena sveglie è stato possibile.
E una terrazza con poltrone e tavolini per fumare, che non è poco.

Altra bellissima giornata, pensavo a Lisbona dove in quei giorni era nuvolo, lì no, sempre un sole splendente.

La colazione vera e propria nel baretto sotto l’albergo, dopo aver caricato i bagagli in macchina (parcheggiata lì davanti e col parcheggio pagato fino a mezzogiorno), e poi via, alla scoperta di Faro.

Mi sono innamorata di quella cittadina, è il tipo di posto che fa per me, stradine acciottolate con disegni e colori, un piccolo labirinto che tutto in un colpo spunta sulla piazza e l’avenida che costeggia il canale e la darsena.

Giardini, un trenino colorato, e poi di nuovo fra archi e stradine fino alla cattedrale, un’altra vietta e di nuovo sul mare.
Bellissimo.

La Cattedrale da Sè è imponente, completa di museo, Capela dos Ossos, torre panoramica da cui si vede tutta la città e la laguna (all’ingresso hanno visto ste 2 vecchiette e ci hanno detto: guardate che sono 68 gradini, è un problema? volevo ridergli in faccia, ne faccio di più tutti i giorni uscendo dalla Metro).

Nella chiesa c’erano 2 tizi che suonavano l’organo a canne (uno insegnava e l’altro suonava), sarei rimasta ad ascoltarli per ore.
Ma il tempo è quello che è e dopo un veloce passaggio al museo siamo tornate fino alla macchina, era ormai mezzogiorno e dovevamo ripartire.

Direzione Spagna, lo confesso, anche per mia ostinazione, volevo che ci fosse almeno una briciola della mia idea iniziale.
Ma anche perchè in Spagna la benzina e il tabacco costano parecchio meno che in Portogallo, eravamo a 70 km dal confine, non aveva senso non andarci (lo so, trovo una scusa logica a tutti i costi, resta il fatto che adesso ho tabacco fino a Natale).

E poi… sei lì, vuoi non andare a vedere cosa c’è dietro l’angolo?

La cosa che ci ha stupito è stata proprio la differenza di ambiente naturale fra il “di qua” (PT) e il “di là” (ES).
Il “confine” è un ponte che supera il fiume Guadiana, con lavori in corso sul ponte: il pilone centrale tutto avvolto da impalcature sembrava un gigantesco albero di acciaio, si vedeva da lontano e all’inizio non capivamo cosa fosse.

La cosa strana è che dal lato PT ci sono colline rinsecchite con poche sterpaglie e cespugli bruciati dal sole (a parte un appezzamento in cui dei sugheri sono piantati in fila come soldatini), dall’altra parte del ponte ci sono alberi, boscaglia e verde.
Si vede anche in Google Map, se hai voglia fatti un giro.

Insomma, la Spagna si è comprata tutti gli alberi!

Volevamo anche andare a vedere una spiaggia, la prima dopo il confine è Playa Isla Canela, ma dopo una decina di km in un viale deserto (palme, una rotonda, palme, una rotonda, all’infinito… ) ci siamo fermate lungo la strada a farci un panino con le cose che avevamo comprato e siamo tornate indietro.
Tempo, maledetto tempo tiranno.

Alla fine ci siamo dirette verso Huelva, per la precisione a Palos, per vedere le caravelle di Colombo.

Prima il Monasterio della Rabida, dove Colombo restò per un po’ prima del suo famoso viaggio, poi il bacino delle caravelle – Muelle de las Carabelas – dove c’è una ricostruzione delle care vecchie Niña, Pinta e Santa Maria, ovviamente non in dimensioni reali ma accettabile, oltre a un museo storico che racconta il viaggio di Colombo e quello che l’ha preceduto.

Carino, niente di eccezionale, una delle cose di cui pensi: ok, questa è fatta e non ci penso più.

E da lì via verso nord ovest, un tratto in Spagna in mezzo a colline deserte senza neanche un paese per km, con le strade man mano più strette, su e giù, curva dopo curva, fino al confine col Portogallo (anche stavolta un ponte).
Da lì in poi almeno ogni tanto c’è qualche paese.
Un meraviglioso tramonto che ovviamente ho cercato di fotografare, con dubbi risultati.

Fino a dove avevamo prenotato l’albergo, l’Alentejo Star Hotel.

Uno sputo di paese, Mina de São Domingos, una vecchia miniera da qualche parte, una spiaggetta su un piccolo lago (Praia Fluvial da Tapada Grande), e l’Hotel.

Solo che non riuscivamo a trovare l’entrata, era già buio quando siamo arrivate, e il navigatore insisteva che prendessimo una stradina che però si arrampicava e ci portava all’ingresso sul retro, quello delle cucine.

Alla fine ci siamo rese conto che l’albergo era un megagalattico Hotel a 4 stelle, con tanto di viale d’accesso per i clienti e parcheggio coperto.
Abbiamo scoperto dopo che c’era anche piscina, palestra, solarium, osservatorio per vedere le stelle (da qui il nome).

E stelle e costellazioni erano anche i nomi delle camere (noi eravamo in Cassiopea, che ogni tanto rispunta nella mia vita).

Il resto è storia, a parte la cena forzatamente in albergo (nel paese c’erano un paio di osterie e… basta), con piccole incomprensioni riguardo al menu, il cameriere che parlava pochissimo inglese, io esausta che non riuscivo a capire il concetto di buffet + piatto unico (nella mia testa era o uno o l’altro), 5 o 6 gattini che giravano intorno ai tavoli sempre pronti ad arraffare tutto quello che cascava (fra cui una buona parte della mia carne, decisamente troppo cotta e dura).

E la notte, troppo stanca anche per fare la doccia, sono letteralmente crollata.

Buonanotte 🙂

Le foto qui —> Algarve e dintorni – Giorno 3

—> Algarve e dintorni – Giorno 4

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