Tre giorni in Alentejo

Dicevo sempre che non avevo mai visto il Portogallo fuori da Lisbona, beh adesso posso dire di aver visto qualcosa in più. 
Perlomeno la parte che va da Lisbona verso la Spagna, bom dia Alentejo.

Non era un viaggio programmato, come i giri fatti l’anno scorso, ho solo preso la macchina per questi giorni di “ferie” con la vaga idea di muovermi da Lisbona e vedere cosa c’è fuori della porta di casa.

Il primo giretto è quello che volevo fare con Valentino quando è venuto qui, se il tempo lo avesse permesso.
E il giorno del suo compleanno l’ho proprio voluto dedicare a questo, ho ritirato la macchina e sono andata subito verso Setùbal, anche per prenderci un po’ la mano.
Guidando raramente ogni volta mi sento un po’ arrugginita e ho quasi paura di mettermi nelle strade caotiche della città.

E poi volevo fare il Ponte !
Il Vasco da Gama è uno spettacolo, da vedere e da percorrere, dopo la prima volta che ci sono passata con Jacopo e Eli mi era rimasta la voglia di tornarci, guidando io.
Ed è stata la prima cosa che ho fatto, se si potesse fare foto decenti guidando (ogni tanto ci provo, con risultati miseri) avrei fatto decine di foto, sono innamorata di quel ponte.

Un km dopo l’altro ho allungato la strada e sono arrivata a Setùbal senza però entrarci davvero, volevo vedere la costa sull’Atlantico da quella parte.
E’ bellissimo, lungo la strada costiera si vede la lingua di spiaggia di Troia, bianca bianca, e sotto le rocce e le spiaggette.
Purtroppo il paesaggio è da vedere un pezzetto alla volta, appena sposti un attimo lo sguardo vedi ciminiere, il cementificio, ti passano davanti lente navi porta container, e più sotto vedi i muretti di cemento frangiflutti.
Poco naturale in effetti, ma il resto sono piccoli diamanti e zaffiri incastonati. 

Ma quello è stato solo un assaggio, era nei due giorni successivi che mi ero riservata di andare un po’ più lontano.
E infatti la mattina dopo sono partita.

Non presto, anzi, decisamente tardi, poi mi sono fermata a fare colazione con Eli e Carmela a Alverca, ma infine ho preso l’autostrada verso Evora.

Anche questa volta devo dire qualcosa sul navigatore che è il mio amore-odio quando vado in giro.
Stupendo strumento, come abbiamo fatto a farne a meno fino a pochissimi anni fa ?
Gira qui, volta di là, prosegui dritto, quanti km mancano, cosa ti sfila di fianco sulla strada…
Se ci sono problemi di solito è perchè siamo noi che non sappiamo bene come fare e infatti fino a Evora mi sono fatta tutta autostrada, e mi è costato un po’, ma sono io che non avevo impostato “evita i pedaggi”, mea culpa.

Evora è una città murata e mi piace questo, mi ricorda molto le mie zone dove cittadine simili ne trovi ad ogni angolo.
La similitudine finisce praticamente qui, a parte che è su una collina, che potrebbe magari ricordare i miei Colli, ma giusto un po’.

Ovviamente mi ci sono persa.
Beh il navigatore fa quello che può, non lo sa se una stradina in pieno centro storico è solo per residenti oppure è talmente stretta che davvero non ci si passa con la macchina.
Alla fine, come al solito, l’ho spento e ho cercato di uscire dal labirinto di viuzze e sensi unici, faceva un caldo maledetto, e stavo per rinunciare anche a fermarmi quando ho trovato un provvidenziale, anche se incandescente, parcheggio.

E da lì sono andata a piedi, per fortuna è una piccola città per cui è tutto lì, a portata di mano, dietro l’angolo.
Il Tempio Romano, la piazza del centro, la Cattedrale e un po’ più in là la chiesa con la Cappella delle Ossa.

Il bello di questi posti è la serenità, che comunque è tangibile in tutto il Portogallo, il fatto di essere in un ambiente a misura d’uomo.
E poi essendo in vacanza non sentivo, finalmente, la pressione del tempo che passa e del dover andare da-qui-a-lì a tutti i costi e in fretta.
La tranquilla pacata rilassatezza, giro di qua e poi di là, faccio 2 foto, mangio un gelato, mi siedo sulla panchina, guardo cosa c’è dietro quell’angolo o dopo quel vicolo…

Ho deciso di entrare nella cattedrale un po’ per curiosità e un po’ per andare in un posto più fresco, ho preso il biglietto per i 3 step di visita, chiosco, chiesa e torre, e ho girato con calma, fatto foto, cercato info in rete, talmente con calma che quando sono andata per salire sulla torre mi hanno (non troppo) gentilmente detto che stavano chiudendo.

Io ero tranquilla, visto il caldo e l’orario estivo con luce fino a tardi, pensavo di avere ancora molto tempo.
Invece no, a Evora tutto chiude alle 5, così niente torre e, mi dispiace parecchio, niente Cappella delle Ossa, dove volevo andare uscita dalla chiesa.
Beh dai, così ci sarà una prossima volta.

Da Evora sono ripartita, dopo aver fatto raffreddare la macchina che era diventata un forno, e sono andata verso Borba dove avevo prenotato per la notte.
L’albergo si chiama “O Viajante” Low Cost ed era Low in tutto.

Incollo qui la recensione che ho fatto su Booking: 
«Giusto un punto d’appoggio per poi ripartire»
L’ingresso è da indovinare, entri un un piccolo locale bar piuttosto sporco con briciole e gusci sul pavimento. È una bettola, il gestore ti bada si e no. Però quando ho chiesto della stanza mi ha accompagnato subito, era la prima a pochi metri. La cena non è stata il massimo, diciamo commestibile. Non è sicuramente un posto dove andare in vacanza. Giusto una notte di passaggio.
Il rapporto qualità/prezzo ci sta. La stanza è pulita anche se con odore di chiuso e molto umida. Puoi aprire la finestra ma il vento la richiude. Il bagno molto grande e completo di tutto.

Aggiungo che il primo impatto all’ingresso sono stati 2 simpaticoni semi sbronzi che mangiavano e risucchiavano caracois sull’unico tavolino lurido del “bar” e ridevano perchè non riuscivo ad aprire la porta (che si apriva rovescia e strusciava sul pavimento sporco).
Non male come inizio.

Un piccolo appunto sulla cena. 
Ok pagare poco ma il bachalau à bras fatto con gli spaghetti spezzati mi mancava, non che fino ad ora sia mai riuscita a trovare dove lo fanno davvero buono, ma quello dava proprio l’impressione di essere la pasta avanzata il giorno prima con dentro qualche oliva e una traccia di bachalau passato di là per caso.
E poi io ODIO la pasta riscaldata, a prescindere.
Direi che, una volta di più, non c’è da fidarsi quando si legge nelle recensioni: “ottima cucina portoghese”, se quello è l’ottimo non voglio sapere cos’è quando fa schifo.
Vabbè, la notte è passata, la colazione compresa nel prezzo è stata un caffè lungo (i portoghesi sono sordi o fanno finta di non capire quando gli dici “curto”?), c’era qualche pasta ma già sembrava vecchia e rinsecchita la sera prima, ho accuratamente evitato.

Il resto della giornata è stata il viaggio, più che la destinazione. 
La zona dell’Alentejo non è male, ha una bellezza tutta sua, il problema è che 80 km alla volta sempre con lo stesso panorama dopo un po’ diventano noiosi.

E sonnolenti. 

Dov’è finita l’erba verde? 
Qui non so da quanto non piove o forse il terreno è talmente arido che la pioggia normale non basta.
Colline una dopo l’altra di erba gialla e ulivi o sugheri .
Per km e km, sempre uguale.

I colori.
Per un po’ di tempo questa parte del mondo mi è sembrata senza colori ma poi ho capito e ho guardato meglio.
E’ vero che qualcosa sembra mancare, come sensazione, ma i colori sono tantissimi, il giallo con tutte le gradazioni possibili la fa da padrone, l’erba è alta e secca, il mondo sembra tutto giallo.
Poi però vedi il verde dei sugheri e il tronco rosso dove è già stata asportata la corteccia, il grigio-verde degli ulivi, le macchie di muschio verde scuro e quasi nero, secco, sulle pietre lungo la strada.

Il rosso arancio della terra, è un po’ il colore delle bucce d’arancia quando si seccano e il colore perde di luminosità pur restando forte.
Il grigio dell’asfalto, perchè no, e l’azzurro ceruleo del cielo, punteggiato di nuvole rade bianche come batuffoli di cotone.

Sulla strada qualche deviazione verso qualche paese arroccato sulle colline sparse, con resti di mura o addirittura castelli, retaggio degli Arabi probabilmente.
Case sparse naturalmente bianche, man mano che si procede verso est i colori diventano bianco con bordi gialli, quasi senza soluzione di continuità.

Qualche cancello stile messicano con muretti dipinti di bianco su strade sterrate di cui non si vede la fine.

Piccoli cimiteri circondati da muri, ancora bianchi, piccole lapidi strette strette in fila, tutte bianche.
Perfino i fiori sembrano aver perso gli altri colori qui.

E gli animali.
Nelle strade normali si vedono cani e gatti investiti dalle auto in corsa, qui vedi le volpi (o quello che ne resta 🙁 ). 
E di bestie locali ne ho viste parecchie.
Il paesaggio non è molto diverso dalle zone interne della Sardegna per cui.. pascoli .
Per tutto quello che pascola.
Mucche varie, pecore, cavalli, bovini giganti e neri che potrebbero essere bufali anche se forse sono solo una razza locale.
Cosa pascolano non so bene, erba fresca ce n’è ben poca.

E solo tornando verso Lisbona le cicogne, decine di cicogne che hanno fatto i loro enormi nidi sui tralicci dell’alta tensione, ogni traliccio ha almeno un nido ma ci sono tralicci con 5 o 6 nidi incastrati nelle congiunzioni che ti chiedi come fanno a stare su.
Eppure ci stanno, e le cicogne lassù sembrano belle comode.

Dopo aver imparato a non fare autostrade mi sono diretta verso nord-est, la destinazione impostata era Parque Natural da Serra de S. Mamede, immaginavo di trovare qualcosa di diverso in un parco naturale.

Beh qualcosa era diverso, boschi di querce e altissime conifere, zone che hanno visto da poco il fuoco, mischiati a ulivi e sugheri.
Ma anche cespugli fioriti tutti colorati, un ciliegio carico di frutti e, per non farsi mancare niente, grossi fichi d’india.

La zona è un po’ simile al paesaggio delle Azzorre, come vegetazione, ma molto meno verde e molto più calda, d’altra parte alle Azzorre dietro ad ogni angolo vedi il mare, qui è piuttosto lontano.

Anche stavolta il navigatore si è preso la sua rivincita, chissà, oltre alla funzione “no pedaggi” dovrebbe esserci una scelta del tipo: “io non ho una jeep”.

Per arrivare lassù mi ha fatto fare una stradina stretta stretta dove si va a 20 kmh (che poi ho scoperto essere a doppio senso ma non sembra un problema, tanto passeranno forse 10 macchine al giorno).
Ad un certo punto dice: gira a sinistra.
E a sinistra c’era uno sterrato con buche dove ci sarebbe stato dentro un cavallo e una pendenza pazzesca.

Cerco una variante sul navigatore e ok, 6.5 km per tornare allo stesso punto dov’ero, girando intorno a chissà cosa, forse un bosco, non lo so e non voglio saperlo !
Ho parcheggiato e sono andata a piedi.

Non ho trovato il torrente che si vede dalle foto su Google Maps e neanche il castello, in effetti non ho trovato proprio niente, a parte un bosco in parte bruciato, così sono tornata indietro.

Il paese si chiama Portalegre, che se non lo cerchi non lo trovi, se non avvicinando lo zoom su Maps, strano perché sembra abbastanza grande, con indicazioni di una università, una grande chiesa, mura e castello, tutto il campionario della zona, comprese le case bianche coi bordi gialli e il piccolo cimitero tutto bianco.

Ridevo da sola, come credo faccia chi viaggia con se stesso a fianco, perché salendo verso la famosa stradina che dicevo prima sono passata vicino al cimitero.
Immagina, muro del cimitero a destra, vecchietta con deambulatore a sinistra.
E io ho pensato che stava aspettando di andare dall’altra parte.

Al ritorno, stessa strada, stessa posizione, di vecchietti se n’erano aggiunti 4 o 5, tutti fermi lì, con bastoni, sedie a rotelle e tutto l’ambaradan.
E mi è venuto da ridere pensando se avevano preso il numerino come al mercato, per andare dall’altra parte.
E per “andare dall’altra parte” non intendo in visita.
E’ vero che i portoghesi stanno volentieri in fila ma mi sembrava un po’ esagerato.

Sono scesa dalla collina e mi sono diretta verso la Spagna.
Una nota sul traffico, pochissimo ovviamente, a parte grossi camion e trattori, le auto avevano quasi tutte targa spagnola.

La Spagna è a pochi km da lì, ho scelto una strada che mi portasse dritta verso Badajoz senza sconfinare troppo, non avevo detto all’agenzia di noleggio che intendevo andare “all’estero” (si sa che quelli ci marciano su) ma volevo evitare di entrare troppo in “territorio straniero”, non si sa mai, no ?

Altro paese murato, Campo Maior, altra campagna tutta uguale, la sede megagalattica della Delta cafè, et voila, bienvenido a España.

Non molto da dire da qui in poi, ho fatto benzina pagandola parecchio meno che in Portogallo (1.31€), ho preso il tabacco per lo stesso motivo (30% in meno), ho trovato un grosso centro commerciale – Il Faro – dove ho preso un paio di tramezzini e ho fatto scorta di acciughe, che a Lisbona non riesco a trovare.

E de volta a Portugal, caldo pazzesco – 36° –  e la prospettiva di 200 km per arrivare a casa.

E che chilometri, tutti uguali, in effetti la variazione del paesaggio è stata da Badajoz tornando verso Lisbona:
Strada affiancata da ulivi.
Strada affiancata da sugheri.
Strada affiancata da sugheri, ulivi e tralicci con cicogne.
Basta. 

Non arrivavo più a casa.
La variante dell’autostrada entrando in città è stata la benvenuta e direi che questo la dice lunga.
Perfino il traffico bloccato è servito a svegliarmi un po’, ma sono arrivata a casa completamente cotta.

Sono contenta però, ho ritrovato il gusto di girare in macchina in compagnia di me stessa, non ho moltissime occasioni di stare da sola in questo periodo e un po’ mi manca.
Da rifare !!

Gallerie foto:

Luglio 2018 – Alentejo

 

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