E dopo ferragosto

Ieri, 16 agosto, Roberta si è sentita male al lavoro e l’hanno portata al pronto soccorso.

Ma dato che sentirsi male non è una cosa urgente le hanno messo un braccialetto verde e le hanno detto: sta lì e aspetta.
E Io sono andata ad aspettare con lei, un po’ dentro e un po’ fuori.

Fra una cosa e l’altra sono stata circa 5 ore lì in giro, fuori da quell’incasinatissimo Pronto Soccorso.
Pensavo che essendo il giorno dopo ferragosto ci fosse meno gente ma non è così, gente ce n’era dappertutto e le ambulanze arrivavano senza soluzione di continuità.

Niente di poi così strano, non era la prima volta che mi succedeva di stare con qualcuno, o di aspettare qualcuno, ad un PS, e probabilmente non sarà stata l’ultima.
Il senso del tempo che non passa mai e di inutilità è sempre lo stesso.

Menomale che non era niente di serio, anche se si vedrà, Roberta non è un esempio di salute, come ci si potrebbe aspettare (o forse è un mio pensiero) da una normale ragazza di 30 anni.

Non per la prima volta mi è capitato di pensare che io, coi miei 60 anni, ho avuto (e ho) meno rogne e problemi di moltissimi dei ragazzi con cui ho a che fare tutti i giorni e hanno la metà dei miei anni, sono fortunata (e lo dico con un piccolo brivido e le dita incrociate).

La cosa che mi ha colpito, in quelle ore, è un particolare tipo di gente che ad un certo punto è arrivata.
Non so bene chi fra loro avesse dei problemi, forse la più anziana di quel gruppo fantasmagorico che avevo intorno.

Questa donna, che comunque entrava e usciva dalla sala d’attesa, andava a parlare con questo o quello e poi rientrava come niente fosse, era vestita di nero e marrone scuro, tunicona araba con hijab, era accompagnata da tutta la famiglia.

E per famiglia intendo almeno 40 persone di tutte le età, sembravano Rom (Roberta li chiama Gipsy), vestiti con colori vivacissimi ma, al contrario di quelli che si vedono dalle mie parti, attillatissimi.

Insomma si vedevano queste donne di tutte le età fasciate da vestiti che evidenziavano trippe e pance e rotoloni di ciccia, tette enormi e culi sporgenti.
Sembravano tutte incinte, compresa una bimba bionda sui 7 o 8 anni.

Tutte con capelli lunghissimi, legati in una lunga coda che arrivava al fondoschiena (niente hijab per loro), atteggiamento molto aggressivo, con l’aria di dire “qui siamo padroni noi”.

Al PS normalmente non fanno entrare più di un accompagnatore alla volta, solo con l’adesivo che identifica il paziente che era all’interno.
Loro entravano in 3 o 4 alla volta, a volte litigando con l’usciere che faceva timidi tentativi di fermarli, senza mai riuscirci.

Gli uomini, con altrettanta pancia stile camionista anche se magri, e i bambini che scorrazzavano dappertutto, una fotocopia degli adulti in piccolo, compresa la pancia.
Non era possibile non guardarli, erano ovunque.

Ad un certo punto quando ho lasciato la panchina sul lato all’ombra si sono spostati in gregge, tutti gli uomini sulle panchine e, dato che erano in troppi, sui muretti lì vicino, donne e bambini sotto al primo albero oltre il parcheggio, una folla schiamazzante e colorata che sembrava fare il pic nic della domenica.

Insomma era una festa, chi lo sa, un concetto di “famiglia” amplificato in modi che noi “normali” non riusciamo forse a capire.

Non ho fatto nessuna foto di loro, non si sa mai che si fossero offesi, mi mettevano un po’ di ansia sinceramente.
Forse perché nella nostra cultura ci insegnano ad avere timore di quel tipo di persone, è atavico, ci sono sicuramente dei motivi reali, non è solo la “paura del diverso”, per cui ho preferito evitare.

E’ stata un’esperienza, comunque, e mi ha fatto pensare.

Pensare al fatto che noi che viviamo qui da più di 2 anni siamo sempre comunque soli, abbiamo amici, colleghi, compagni, ma la famiglia per noi è sempre lontana e in quei momenti, in cui vorremmo avere vicino qualcuno che veramente è la nostra famiglia, in quei momenti siamo davvero soli.

Mentre guardavo quella gente con il mio occhio critico, sentendomi in qualche modo, chissà perché, “superiore”, in fondo li invidiavo.

Chi lo sa, per loro sicuramente è normale e giusto muoversi tutti in massa per accompagnare la matriarca in ospedale, si fa così e non ci sono spiegazioni. 
 
Loro non sono soli, mai.
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